Gli eroi son tutti giovani e belli?

Qualche tempo fa mi sono ritrovato ad ascoltare una canzone di cui non ricordavo neppure più l’esistenza: La locomotiva” di Francesco Guccini. Si tratta di una canzone, degli inizi degli anni settanta dello scorso secolo, che racconta la storia di un ferroviere anarchico che compì un attentato alla stazione di Bologna. La canzone è basata su una vicenda realmente accaduta. Il 20 luglio 1893, Pietro Rigosi –  28 anni, di professione fuochista –  si impadronì di una locomotiva e si diresse a piena velocità verso la stazione di Bologna con l’intenzione di compiere una strage.  Fortunatamente i responsabili del traffico ferroviario se ne resero conto e riuscirono a deviare la locomotiva su un binario morto. Tutto si risolse in un gran botto ed un ferito grave, lo stesso Rigosi, che si salvò, pur riportando serie lesioni: considerato un folle, non fu nemmeno processato per il suo gesto. Guccini ne fece un’epica della “ribellione contro l’ingiustizia” e la canzone divenne subito parte della colonna sonora di quegli anni tumultuosi. Ero ancora preso dai miei ricordi, quando sulla rete cominciarono ad apparire drammatiche notizie provenienti da Nizza: un TIR, guidato da un giovane tunisino, Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, aveva travolto la folla assiepata sulla Promenade des Anglais, compiendo una strage. Era il 14 luglio di quest’anno.

Mohamed Lahouaiej-Bouhlel aveva trentun anni ed era a suo modo bello, anche se probabilmente diverso da come lo avrebbe immaginato Guccini (per cui gli eroi erano “tutti giovani e belli“): un “coatto” da palestra, che beveva alcolici, faceva uso di droghe, dal carattere instabile e iracondo.  Insomma, un “pazzo”, come forse era stato anche Pietro Rigosi un secolo prima. Pochi giorni dopo, il 22 luglio, un diciottenne tedesco-iraniano, in uno stato di evidente alterazione mentale, compiva una nuova strage a Monaco di Baviera. Un fatto simile era già accaduto l’11 giugno ad Orlando negli Stati Uniti, dove Omar Seddique Mateen, un cittadino americano di ventinove anni di origini afgane, anche lui probabilmente squilibrato, aveva trucidato 49 persone in un gay club. È spontaneo domandarsi, a questo punto, se il fenomeno del terrorismo islamista non possa essere compreso meglio in termini psicopatologici piuttosto che sociali e politici. Quest’articolo cercherà di fornire non una risposta, che richiederebbe ovviamente un lavoro di ricerca ben più approfondito, ma alcuni elementi di riflessione.

La strategia terrorista

Gli esperti di terrorismo spiegano che una persona affetta da un disturbo mentale può compiere un attacco terrorista o come espressione di una crisi di follia omicida (la “crisi di Amok”[1]), oppure perché spinta da qualcuno che sfrutta il suo stato di instabilità. Nel primo caso si sarebbe di fronte ad episodi come la strage di Monaco: casi di pazzia in cui la giustificazione politica non dovrebbe essere nemmeno considerata. Nel secondo caso ci si troverebbe invece davanti a casi di vero terrorismo in cui l’autore materiale del gesto è usato come un’arma manovrata da altri. Non c’è dubbio che da un punto di vista puramente investigativo è importante comprendere se un attentato è stato pianificato da un gruppo di persone – e poi affidato ad una persona mentalmente disturbata – oppure se è frutto della crisi omicida di un individuo isolato. Tuttavia c’è una ragione che suggerisce di prendere con grande cautela questa distinzione.

La strategia terrorista attuale mira a creare una situazione di insicurezza nell’intera società e non tra i membri di una ristretta classe dirigente o in ceti sociali privilegiati. Gli obiettivi del terrorismo islamista non sono, insomma, gli stessi del ferroviere di Guccini. Per comprendere meglio ciò che sta succedendo, conviene rifarsi ad un’analisi che risale a metà dell’Ottocento, quella di Alexis de Tocqueville, filosofo e diplomatico vissuto nella Francia post-rivoluzionaria. Tocqueville notava che, mentre i governanti dell’ancien règime incutevano paura ai loro sudditi per indurli a rispettare le leggi, i governanti degli stati moderni mirano a produrre lo stesso effetto fornendo però protezione e sicurezza.  Secondo Tocqueville, lo stato democratico acquista legittimità ed autorevolezza soprattutto in quanto riesce a rassicurare i propri cittadini. In un certo senso, quindi, per giustificare sé stesso lo stato moderno ha bisogno che la società sia cronicamente spaventata.  Si tratta di una tesi che sembrerebbe venire a supporto delle varie teorie del complotto nate per spiegare gli attentati di questi anni. Tuttavia, le cose sono più complicate perché – affinché questo meccanismo funzioni – lo stato deve dimostrare di essere davvero in grado di proteggere i suoi cittadini: se fallisce, la sua stessa ragion d’essere è minata alle fondamenta.  Questo è lo scopo del terrorismo: destabilizzare lo stato democratico creando una condizione di cronica insicurezza.  Ha dunque poca utilità distinguere tra terrorista isolato, puro folle, e terrorista manipolato da una cellula organizzata. Entrambe le tipologie producono lo stesso effetto di insicurezza collettiva, anzi, in un certo senso, il folle isolato è ancora più temibile perché del tutto imprevedibile. Un gruppo terrorista che, grazie a una campagna di propaganda, riesca ad orientare la follia omicida di un singolo, ha già raggiunto pienamente i propri scopi, per di più con un notevole risparmio di risorse.

Chi è il terrorista islamista?

I terroristi islamisti sono stati spesso paragonati agli anarchici individualisti di fine Ottocento, ad esempio, il giorno dopo l’attentato di Nizza, il Sole 24 Ore evocava i Demoni di Dostoevskij. Eppure Mohamed Lahouaiej-Bouhlel non era probabilmente simile né al nihilista Stavroghin, né al fanatico Kirillov. Sia l’aspetto simbolico-religioso, sia quello di “propaganda col fatto”, sono abbastanza marginali in questi attentati (anche se, indubbiamente, esistono). Lo ha dimostrato nel 2006 lo psichiatra franco-americano Marc Sageman in uno studio che è ancora fondamentale per capire il terrorismo islamista: Le Vrai visage des terroristes: Psychologie et sociologie des acteurs du djihad . Sageman  ricostruisce minuziosamente il profilo di 382 terroristi di Al-Qaida. I suoi risultati sono contro intuitivi rispetto alla vulgata corrente: il terrorista tipo è un uomo di circa 25 anni, dotato di una salute mentale solida, che ha frequentato una scuola superiore o l’università, che appartiene ad un ceto benestante e ha un discreto impiego. Nel 90% dei casi non ha avuto un’educazione religiosa e nell’84% dei casi è nato e cresciuto in un paese occidentale. Il terrorista islamista è quindi raramente un pazzo (anche se può capitare che lo sia), non è un nihilista, tantomeno un eroe romantico e neppure un martire religioso. Chi è dunque? È un partigiano.

Agli inizi degli anni 1960, Carl Schmitt ha scritto un libricino che può essere considerato un classico della filosofia politica: Theorie des Partisanen. Zwischenbemerkung zum Begriff des Politischen (Teoria del Partigiano. Integrazione al concetto del Politico). L’analisi di Schmitt si svolge a partire da una constatazione storica:  il progressivo affermarsi nella guerra moderna della figura del partigiano, che però, nota Schmitt, differisce sensibilmente dal partigiano tradizionale che difendeva o liberava il suolo patrio da un invasore.  Schmitt distingue tra Real  e Absoluten Feindschaft  (inimicizia reale ed assoluta). La guerra partigiana tradizionale sorgeva da un’inimicizia reale (cioè da un conflitto di interessi su base territoriale, “tellurica”), la guerra partigiana moderna nasce da un'”inimicizia assoluta“.  Con questa espressione Schmitt si riferisce ad una forma di ostilità radicale che nega ogni statuto morale all’opponente. Il nemico non è più un combattente della parte avversa, ma diviene il male assoluto, una non-persona che può, e deve, essere cancellata dalla faccia della terra. Il concetto di inimicizia assoluta rende obsoleta la classica definizione clausewitziana di guerra come continuazione della politica con altri mezzi perché l’inimicizia assoluta non può avere un fine politico ma solo morale, la distruzione totale e definitiva del nemico. L’inimicizia assoluta implica, cioè, la guerra di annientamento.

La pseudo-speciazione

L’intuizione di Schmitt dovrebbe essere letta alla luce degli studi dello psicoanalista Erik Erikson che per primo descrisse un fenomeno che egli chiamò “pseudo-speciazione“. Cercando di spiegare i meccanismi psicologici sottostanti alle atrocità dei campi di sterminio nazista, Erikson sviluppò la teoria per cui i membri di un gruppo omogeneo tendono a percepire come umani solo i membri del proprio stesso gruppo. In questo modo gli uomini riescono a superare le barriere biologiche e psicologiche che si oppongono all’aggressione intra-specifica. Ciò spiega – secondo Erikson – come siano possibili comportamenti atroci, totalmente disumani, da parte di individui che, osservati all’interno del proprio gruppo di appartenenza, appaiono invece del tutto normali e non particolarmente malvagi e crudeli.  Non c’è bisogno, quindi, di postulare la presenza di una forma di “male radicale”, e neppure uno stato di esaltazione omicida, per spiegare la psicologia del terrorista. Forse il terrorista tipico assomiglia ad Eichmann, che, persino durante il processo che stava per condurlo alla sentenza capitale, non riuscì mai a considerare le proprie vittime esseri umani la cui vita avesse valore.

Il perdente radicale

Attorno alla questione del valore della vita si gioca  una partita importante del dramma del terrorismo. Tutti gli studiosi hanno sempre sottolineato come aspetti di frustrazione ed umiliazione siano parte essenziale nella genesi del terrorismo contemporaneo. Chi ha sviluppato pienamente questa osservazione è stato Hans Magnus Enzensberger che ha coniato un’ espressione che rende bene il concetto: “perdente radicale“. Quella di “perdente radicale” non è una categoria sociale o economica, tantomeno si riferisce ad una condizione comunque oggettivabile. Il “perdente radicale” è colui che si sente profondamente, e disperatamente, perdente: “finché non sia convinto di questo per quanto se la passi male, per quanto povero e impotente, umiliato e sconfitto, diventa un perdente radicale soltanto quando ha introiettato il giudizio degli altri che ritiene vincenti. Solo allora va in tilt“.  Il “perdente radicale” non è quasi mai il più povero, impotente, umiliato e sconfitto, ma, al contrario, è spesso colui che sembra aver vinto qualcosa. Paradossalmente, la sua condizione disperata origina da un miglioramento di condizioni di vita, dalla conquista di nuovi diritti, dall’accesso crescente a beni e servizi, in una parola da tutto ciò che si chiama comunemente “progresso sociale”. “Quanto più negativo scompare dalla realtà – nota Enzensberger, citando il filosofo Odo Marquard – tanto più irritante diventa il negativo residuale, proprio perché diminuisce“.  Il perdente radicale non riesce a tollerare di godere di un miglioramento inferiore a quello degli altri e qualsiasi evento negativo gli diventa insopportabile. Se confronta sé stesso con le persone che lo circondano, egli non riesce ad accettare che ci sia chi sta meglio di lui: egli è radicalmente invidioso. La sua esperienza è quella di chi è precipitato nel delirio dell’invidia assoluta, per la quale è intollerabile non avere ogni cosa positiva che hanno gli altri. Il mondo si trasforma, così, in un’immensa macchina persecutrice che si oppone al godimento illimitato che egli fantastica per sé. L’invidia lo porta, alla fine, a desiderare di distruggere tutto e tutti, persino sé stesso, in un’esplosione che realizzi fantasticamente “una concentrazione di potere senza pari“.

Il cittadino post-moderno

Il perdente radicale è dunque colui che soccombe alla propria incapacità di accettare la frustrazione e di rimandare il godimento. In questo senso egli è davvero un “pazzo” ma la sua pazzia è condivisa dal cosiddetto cittadino post-moderno, alla ricerca della fruizione immediata di ogni bisogno.  Questa è la ragione per cui i perdenti radicali si stanno sempre di più moltiplicando, soprattutto tra i giovani immigrati di seconda o terza generazione. Il desiderio ha necessità di distendersi nel tempo e nello spazio: se questo non accade ci si prepara inevitabilmente alla follia.  Il perdente radicale ha, così, due strade davanti a sé: o diventa un folle isolato – come i pazzi omicidi che, nel 1999, portarono a termine il massacro di Columbine –  oppure incontra un’ideologia che ne indirizza l’odio verso uno specifico obiettivo. La scelta tra questi possibili esiti dipende dalle circostanze della vita e anche, naturalmente, dalla storia di ciascuno. Oggi non è difficile che un giovane di cultura genericamente islamica incontri sulla sua strada l’islamismo radicale, che gli permette di razionalizzare e universalizzare la propria condizione e di identificare un nemico.

Come dicevo, quest’articolo non ha, e non può avere, una vera e propria conclusione. Le analisi che ho presentato in maniera un po’ frammentaria sono come le prime tessere di un mosaico, disegnano un’immagine ancora vaga ma di cui si intravedono già alcuni contorni. È un’immagine che parla di terroristi ma anche di noi e questo è l’aspetto su cui dovremmo, forse, meditare maggiormente.

[1] L’ Amok è una sindrome psichiatrica che è stata riscontrata per la prima volta in Malesia. Si tratta di giovani uomini che all’improvviso scoppiano a correre gridando ripetutamente “Amok! Amok! Amok!”, un grido di rabbia malese, e tentano di uccidere tutti coloro che incontrano. Durante la crisi questi soggetti sono convinti che le persone incontrate li dileggino o siano coalizzate contro di loro.