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E tu, come te la vivi?

Ogni lingua, ci dicono i linguisti, è un essere vivente, soggetto a una sua propria dinamica e in continua evoluzione. Quando si impone l’uso improprio, o grammaticalmente sbagliato, di un vocabolo, non vale protestare e opporsi più di tanto perché quello che fu un tempo ritenuto errore è servito evidentemente a colmare un vuoto che si era creato nella lingua. In italiano, ad esempio, il verbo “vivere” dovrebbe essere usato solo intransitivamente e il suo uso transitivo – “vivere un’esperienza”, “vivere un sentimento”, “vivere una parte”– era considerato sino qualche anno fa errore blu. Oggi, con ben poche eccezioni, tutti i migliori dizionari giudicano legittimo l’uso transitivo di questo v

Xenofobia, memoria e nostalgia

Straniero è colui che è lontano e contemporaneamente vicino. Georg Simmel agli inizi del secolo scorso condusse una fondamentale analisi della categoria di straniero. La prima caratteristica che Simmel attribuisce allo straniero è l’idea di viaggio senza fine: lo straniero è, per definizione, colui che ha iniziato un viaggio che non terminerà mai. La seconda caratteristica è il disagio, il senso di “altrove”, di non familiare, che la condizione di straniero evoca. In effetti Xenos, il termine greco che significa “straniero”, indicava anche ciò che non è familiare, quello che si descrive in tedesco con il termine unheimlich. All’ unheimlich – il perturbante, secondo la traduzione italiana –

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