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  • Immagine del redattoreEmilio Mordini

CHE COS'È LA DEPRESSIONE ?

đ—€đ˜‚đ—Čđ˜€đ˜đ—Œ đ—źđ—żđ˜đ—¶đ—°đ—Œđ—čđ—Œ đ—żđ—¶đ˜€đ—œđ—Œđ—»đ—±đ—Č đ—źđ—± 𝗼đ—čđ—°đ˜‚đ—»đ—Č đ—Ÿđ˜‚đ—Čđ˜€đ˜đ—¶đ—Œđ—»đ—¶ đ—°đ—”đ—Č đ—șđ—¶ 𝗼𝘃đ—Č𝘁đ—Č đ—œđ—Œđ˜€đ˜đ—Œ. 𝗣𝗼𝗿đ—čđ—Čđ—żđ—ŒÌ€ đ—±đ—¶ đ—°đ—Œđ˜€đ—ź đ—Č̀ đ—č𝗼 đ—±đ—Čđ—œđ—żđ—Čđ˜€đ˜€đ—¶đ—Œđ—»đ—Č. Non aspettatevi â€œđ˜łđ˜Šđ˜€đ˜Šđ˜Żđ˜”đ˜Ș đ˜Šđ˜·đ˜Șđ˜„đ˜Šđ˜Żđ˜»đ˜Š đ˜Žđ˜€đ˜Șđ˜Šđ˜Żđ˜”đ˜Ș𝘧đ˜Șđ˜€đ˜©đ˜Š đ˜„đ˜Șđ˜źđ˜°đ˜Žđ˜”đ˜łđ˜ąđ˜Żđ˜° 
”, denunzie dei danni psicologici causati dal lockdown o da internet, accuse al sistema sanitario pubblico, numeri e statistiche. Tutta questa mercanzia non Ăš la mia đ˜€đ˜¶đ˜± 𝘰𝘧 đ˜”đ˜Šđ˜ą. Posso solo parlarvi di quello che in tanti anni ho visto dal piccolo osservatorio del mio studio di psicoanalista: prima a Roma, poi a Parigi e infine in questo antico borgo, tra Venezia e Trieste, dove ora vivo. Non un’idea in questo articolo Ăš davvero nuova. Di mio, c’ù unicamente il modo in cui queste idee sono presentate, attraverso tre semplici considerazioni, in modo che chiunque possa verificarle e, se vuole, accettarle o confutarle.


𝟭) 𝗟𝗼 đ—œđ—żđ—¶đ—ș𝗼 đ—°đ—Œđ—»đ˜€đ—¶đ—±đ—Čđ—żđ—źđ˜‡đ—¶đ—Œđ—»đ—Č đ—Č̀ đ—č𝗼 đ—œđ—¶đ˜‚Ì€ đ—Œđ˜ƒđ˜ƒđ—¶đ—ź đ—±đ—¶ 𝘁𝘂𝘁𝘁đ—Č: đ—č𝗼 đ—±đ—Čđ—œđ—żđ—Čđ˜€đ˜€đ—¶đ—Œđ—»đ—Č đ—Č̀ đ˜‚đ—»đ—ź đ—ș𝗼đ—čđ—źđ˜đ˜đ—¶đ—ź. L’affermazione puĂČ sembrare scontata, ma non lo Ăš. Da sempre nella nostra cultura, si Ăš pensato che sentimenti come malinconia, tristezza, pessimismo fossero appannaggio – almeno entro certi limiti - di persone dotate di particolare intelligenza e sensibilitĂ , specialmente di artisti. Generazioni di professoresse di liceo hanno insegnato che il “pessimismo leopardiano” fu il portato di un temperamento malato, lo stesso che fece dello sventurato Giacomo un grande poeta. Divulgatori, televisivi o sui social, spiegano che Chopin fu spinto a comporre dalla grande sofferenza interiore e che Van Gogh pagĂČ con la follia la sua genialitĂ  artistica. Anche la psicoanalisi Ăš caduta, a volte, in questo inganno: đ—đ˜‚đ—»đ—Ž, ad esempio, riteneva che la depressione e la sofferenza mentale potessero indicare la strada per accedere a una superiore spiritualitĂ . Recentemente, la “psicanalista” e filosofa francese 𝗝𝘂đ—čđ—¶đ—ź đ—žđ—żđ—¶đ˜€đ˜đ—Č𝘃𝗼 ha argomentato che l’esperienza del sublime – l’abisso vertiginoso di cui parla Schiller – avrebbe origine dalla melanconia (cfr. “Soleil noir: DĂ©pression et mĂ©lancolie”).


𝗡𝘂đ—čđ—č𝗼 đ—±đ—¶ đ˜đ˜‚đ˜đ˜đ—Œ đ—Ÿđ˜‚đ—Čđ˜€đ˜đ—Œ đ—Č̀ 𝘃đ—Čđ—żđ—Œ: đ—č𝗼 đ—±đ—Čđ—œđ—żđ—Čđ˜€đ˜€đ—¶đ—Œđ—»đ—Č đ—»đ—Œđ—» đ—°đ—Œđ—»đ—łđ—Čđ—żđ—¶đ˜€đ—°đ—Č 𝗼 đ—»đ—Čđ˜€đ˜€đ˜‚đ—»đ—Œ đ˜‚đ—»đ—ź đ—œđ—źđ—żđ˜đ—¶đ—°đ—Œđ—č𝗼𝗿đ—Č đ—łđ—¶đ—»đ—Č𝘇𝘇𝗼 đ—±â€™đ—źđ—»đ—¶đ—șđ—Œ đ—Č 𝗼𝗰𝘂𝘁đ—Č𝘇𝘇𝗼 đ—±đ—¶ đ—¶đ—»đ—Žđ—Čđ—Žđ—»đ—Œ, al contrario tende a ottundere chi ne Ăš colpito, come puĂČ constatare chiunque ripensando ai propri momenti di tristezza profonda, se mai gli sono occorsi. Quando una persona che soffre di depressione dimostra grande ingegno o spiccata sensibilitĂ  artistica, queste qualitĂ  le possiede non “grazie a” ma “nonostante” la depressione. Dunque, chi Ăš affetto da depressione ha tutto il diritto di chiedere aiuto ed essere curato. Sono cattivi consiglieri coloro che guardano con ammirazione la sofferenza (altrui) e suggeriscono di “farcela da soli”, di “buttare via le medicine”, di “non dar retta ai medici”. Non ascoltateli mai.


𝟼) 𝗟𝗼 𝘀đ—Čđ—°đ—Œđ—»đ—±đ—ź đ—°đ—Œđ—»đ˜€đ—¶đ—±đ—Čđ—żđ—źđ˜‡đ—¶đ—Œđ—»đ—Č đ—œđ—Œđ˜đ—żđ—źÌ€, đ—¶đ—»đ˜ƒđ—Č𝗰đ—Č, đ˜€đ˜‚đ—Œđ—»đ—źđ—żđ—Č đ—șđ—Čđ—»đ—Œ đ—Œđ˜ƒđ˜ƒđ—¶đ—ź: đ—¶đ—»đ—łđ—źđ˜đ˜đ—¶, đ—±đ—Œđ—œđ—Œ đ˜đ—źđ—»đ˜đ—¶ đ—źđ—»đ—»đ—¶, đ˜€đ—Œđ—»đ—Œ 𝘀đ—Čđ—șđ—œđ—żđ—Č đ—œđ—¶đ˜‚Ì€ đ—°đ—Œđ—»đ˜ƒđ—¶đ—»đ˜đ—Œ đ—°đ—”đ—Č đ—Čđ˜€đ—¶đ˜€đ˜đ—ź đ˜€đ—Œđ—čđ—Œ đ˜‚đ—»đ—ź đ—ș𝗼đ—čđ—źđ˜đ˜đ—¶đ—ź đ—șđ—Čđ—»đ˜đ—źđ—čđ—Č o, perlomeno, che ci sia un solo comune fondamento per tutte le malattie mentali. I disturbi mentali sono costituiti da costellazioni di sintomi e segni non specifici. In ambito psicologico e psichiatrico, nessun sintomo o segno, o loro combinazione, Ăš mai davvero patognomonico (cioĂš, permette di fare la diagnosi di certezza di un determinato disturbo). Al contrario, esiste una continua interscambiabilitĂ  di manifestazioni patologiche ed Ăš impossibile individuare combinazioni di variabili che siano condizione sufficiente e necessaria per fare una diagnosi differenziale (cioĂš, che permettano di distinguere un quadro morboso da un altro). Persino i test diagnostici utilizzati in psicologia e psichiatria hanno solo un’utilitĂ  statistica o, al massimo, medico-legale, ma forniscono indicazione cliniche assai approssimative e grossolane.


𝗡đ—Čđ—¶ đ—œđ—żđ—¶đ—șđ—¶ đ—±đ—Čđ—čđ—čâ€™đ—ąđ˜đ˜đ—Œđ—°đ—Čđ—»đ˜đ—Œ, 𝗼𝗮đ—čđ—¶ 𝗼đ—čđ—Żđ—Œđ—żđ—¶ đ—±đ—Čđ—čđ—č𝗼 đ—œđ˜€đ—¶đ—°đ—”đ—¶đ—źđ˜đ—żđ—¶đ—ź đ˜€đ—°đ—¶đ—Čđ—»đ˜đ—¶đ—łđ—¶đ—°đ—ź, đ—č𝗼 𝘁đ—Čđ—Œđ—żđ—¶đ—ź đ—œđ—żđ—Č𝘃𝗼đ—čđ—Čđ—»đ˜đ—Č đ—Č𝗿𝗼 đ—°đ—”đ—Č đ˜ƒđ—¶ đ—łđ—Œđ˜€đ˜€đ—Č đ˜‚đ—»đ—ź đ˜€đ—Œđ—č𝗼 đ—ș𝗼đ—čđ—źđ˜đ˜đ—¶đ—ź đ—șđ—Čđ—»đ˜đ—źđ—čđ—Č, corrispondente a una progressiva, e sempre piĂč grave, insufficienza delle funzioni cerebrali (𝘌đ˜Șđ˜Żđ˜©đ˜Šđ˜Șđ˜”đ˜Žđ˜±đ˜Žđ˜șđ˜€đ˜©đ˜°đ˜Žđ˜Š). Il principale sistematizzatore di questo approccio fu il tedesco đ—Ș. đ—šđ—żđ—¶đ—Čđ˜€đ—¶đ—»đ—Žđ—Č𝗿. Per molte ragioni poi, questa visione perse credito e, verso la fine dell’Ottocento e per quasi tutto il Novecento, si affermĂČ l’idea che anche in psichiatria, come nel resto della medicina, esistessero malattie distinte, separate le une dalle altre, ciascuna caratterizzata da una o piĂč specifiche cause, sintomi, decorso e alterazioni anatomiche (macroscopiche o microscopiche o, addirittura, solo molecolari). Eppure, nonostante tutti i tentativi in tal senso, l’esistenza di entitĂ  nosografiche (malattie) distinte non fu mai davvero provata e ancor oggi sfugge a una dimostrazione rigorosa.


đ—Łđ˜€đ—¶đ—°đ—”đ—¶đ—źđ˜đ—żđ—¶ đ—Č đ—œđ˜€đ—¶đ—°đ—Œđ—čđ—Œđ—Žđ—¶ 𝗰đ—čđ—¶đ—»đ—¶đ—°đ—¶ đ—”đ—źđ—»đ—»đ—Œ 𝗰đ—Čđ—żđ—°đ—źđ˜đ—Œ đ—±đ—¶ đ—żđ—¶đ—°đ—Œđ—»đ—°đ—¶đ—čđ—¶đ—źđ—żđ—Č đ—č𝗼 đ—°đ—Œđ—»đ˜đ—żđ—źđ—±đ—±đ—¶đ˜‡đ—¶đ—Œđ—»đ—Č 𝘁𝗿𝗼 𝘁đ—Čđ—Œđ—żđ—¶đ—ź đ—Č đ—œđ—żđ—źđ˜đ—¶đ—°đ—ź utilizzando sempre piĂč spesso categorie come “co-morbilità”, “stati limite”, “stati misti” e ricorrendo a fantasiose combinazioni diagnostiche (psicosi schizoaffettive, disturbi ossessivo-psicotici, somatoformi-schizofrenici, ecc.) che spesso rispondevano soprattutto alla “moda” del momento. Da qualche anno, ad esempio, si sente molto parlare di disturbi “bipolari”. Il mio sospetto Ăš che oggi questa diagnosi serva principalmente a giustificare l’uso contemporaneo, nello stesso malato, di due classi di psicofarmaci che nacquero, invece, per usi separati: gli antipsicotici e gli stabilizzatori dell’umore. In realtĂ , l’attuale psicofarmacologia, pur basandosi, almeno ufficialmente, sulle tradizionali classi di medicinali, non le rispetta praticamente piĂč. Sta diventando evidente che quasi tutti gli psicofarmaci trovano indicazione in quasi tutte le affezioni. La poli-prescrizione, spesso disprezzata scientificamente, Ăš diventata una pratica comune di quasi tutti gli specialisti.


𝗡đ—Čđ—č 𝗳𝗿𝗼𝘁𝘁đ—Čđ—șđ—œđ—Œ, 𝗼 đ—œđ—źđ—żđ˜đ—¶đ—żđ—Č đ—±đ—źđ—Žđ—čđ—¶ đ—źđ—»đ—»đ—¶ đŸ­đŸ”đŸŽđŸŹ, đ—»đ˜‚đ—șđ—Čđ—żđ—Œđ˜€đ—¶ đ˜€đ˜đ˜‚đ—±đ—¶ 𝗮đ—Čđ—»đ—Čđ˜đ—¶đ—°đ—¶ đ—”đ—źđ—»đ—»đ—Œ đ—¶đ—»đ—¶đ˜‡đ—¶đ—źđ˜đ—Œ 𝗼 𝘀𝘂𝗮𝗮đ—Čđ—żđ—¶đ—żđ—Č đ˜‚đ—» đ—°đ—Œđ—»đ˜đ—¶đ—»đ˜‚đ˜‚đ—ș 𝘁𝗿𝗼 đ—čđ—Č đ—œđ˜€đ—¶đ—°đ—Œđ˜€đ—¶, cioĂš tra le malattie mentali piĂč gravi. In particolare, nel 2013, lo 𝘗𝘮đ˜șđ˜€đ˜©đ˜Șđ˜ąđ˜”đ˜łđ˜Șđ˜€ 𝘎𝘩𝘯𝘰𝘼đ˜Șđ˜€đ˜Ž đ˜Šđ˜°đ˜Żđ˜Žđ˜°đ˜łđ˜”đ˜Șđ˜¶đ˜ź (il piĂč importante consorzio internazionale dedicato alla genetica dei disturbi mentali) ha dimostrato su un campione molto vasto, di quasi trentaquattromila pazienti (đ˜•đ˜ąđ˜”đ˜¶đ˜łđ˜Š đ˜Žđ˜Šđ˜Żđ˜Šđ˜”đ˜Șđ˜€đ˜Ž - đ˜„đ˜°đ˜Ș: 10.1038/𝘯𝘹.2711), che i cinque disturbi psichiatrici maggiori (autismo, disturbo da deficit di attenzione e iperattivitĂ , disturbo bipolare, depressione e schizofrenia) hanno profili genetici uguali, cioĂš geneticamente parlando sono una sola malattia. CosĂŹ, clinici e ricercatori hanno cominciato a domandarsi se si debba riconsiderare l’ipotesi della malattia mentale unica o, perlomeno, quella di un unico fondamento comune a tutte le malattie mentali. Ho l’impressione che la risposta a questa domanda sia un po’ come la famosa lettera rubata del racconto di E.A.Poe: talmente evidente che nessuno riesce a vederla.


𝗡đ—Čđ—č đŸ­đŸ”đŸ­đŸź, 𝗞𝗼𝗿đ—č đ—”đ—Żđ—żđ—źđ—”đ—źđ—ș, đ˜‚đ—»đ—Œ đ—±đ—Čđ—¶ đ—œđ—żđ—¶đ—șđ—¶ 𝗼đ—čđ—čđ—¶đ—Čđ˜ƒđ—¶ đ—±đ—¶ 𝗙𝗿đ—Čđ˜‚đ—±, 𝘁đ—Čđ—»đ—»đ—Č đ˜‚đ—»đ—ź đ—°đ—Œđ—»đ—łđ—Č𝗿đ—Čđ—»đ˜‡đ—ź 𝘀𝘂 “L’indagine e il trattamento psicoanalitico della pazzia maniaco-depressiva e delle condizioni correlate”. Il testo della conferenza si aprĂŹ con l’affermazione â€œđ˜­â€™đ˜ąđ˜§đ˜§đ˜Šđ˜”đ˜”đ˜° đ˜„đ˜Šđ˜­đ˜­đ˜ą đ˜„đ˜Šđ˜±đ˜łđ˜Šđ˜Žđ˜Žđ˜Ș𝘰𝘯𝘩 đ˜ŠÌ€ đ˜„đ˜Șđ˜§đ˜§đ˜¶đ˜Žđ˜° đ˜Ș𝘯 đ˜”đ˜¶đ˜”đ˜”đ˜Š 𝘭𝘩 𝘧𝘰𝘳𝘼𝘩 đ˜„đ˜Ș đ˜Żđ˜Šđ˜·đ˜łđ˜°đ˜Žđ˜Ș 𝘩 đ˜±đ˜Žđ˜Șđ˜€đ˜°đ˜Žđ˜Ș đ˜Čđ˜¶đ˜ąđ˜Żđ˜”đ˜° đ˜Čđ˜¶đ˜Šđ˜­đ˜­đ˜° đ˜„đ˜Šđ˜­đ˜­â€™đ˜ąđ˜Żđ˜šđ˜°đ˜Žđ˜€đ˜Ș𝘱 [
] đ˜ˆđ˜Żđ˜šđ˜°đ˜Žđ˜€đ˜Ș𝘱 𝘩 đ˜„đ˜Šđ˜±đ˜łđ˜Šđ˜Žđ˜Žđ˜Ș𝘰𝘯𝘩 𝘮𝘰𝘯𝘰 đ˜”đ˜łđ˜ą 𝘭𝘰𝘳𝘰 đ˜€đ˜°đ˜­đ˜­đ˜Šđ˜šđ˜ąđ˜”đ˜Š 𝘱𝘭𝘭𝘰 đ˜Žđ˜”đ˜Šđ˜Žđ˜Žđ˜° đ˜źđ˜°đ˜„đ˜° đ˜€đ˜°đ˜źđ˜Š 𝘭𝘰 𝘮𝘰𝘯𝘰 𝘭𝘱 đ˜±đ˜ąđ˜¶đ˜łđ˜ą 𝘩 đ˜Ș𝘭 đ˜„đ˜°đ˜­đ˜°đ˜łđ˜Šâ€. Questa affermazione non fu mai ripresa seriamente nĂ© da Abraham nĂ© da altri psicoanalisti (compreso Freud). Eppure, Abraham descriveva in modo semplice e diretto un’esperienza universale, un fatto comprensibile e chiaro, che chiunque poteva verificare: non esiste disagio psicologico – di qualsiasi tipo e gravitĂ  - che non implichi una sensazione di dolore e paura. Ecco, quindi, la mia terza considerazione (che, scherzosamente, potremmo chiamare il "𝘁đ—Čđ—Œđ—żđ—Čđ—ș𝗼 đ—łđ—Œđ—»đ—±đ—źđ—șđ—Čđ—»đ˜đ—źđ—čđ—Č đ—±đ—Čđ—¶ đ—±đ—¶đ˜€đ˜đ˜‚đ—żđ—Żđ—¶ đ—șđ—Čđ—»đ˜đ—źđ—čđ—¶â€):


𝟯) đ—ąđ—Žđ—»đ—¶ đ—±đ—¶đ˜€đ˜đ˜‚đ—żđ—Żđ—Œ đ—șđ—Čđ—»đ˜đ—źđ—čđ—Č đ—Œ đ—Č̀ đ˜‚đ—» 𝘀đ—Čđ—»đ˜đ—¶đ—șđ—Čđ—»đ˜đ—Œ đ—±đ—¶ đ—œđ—źđ˜‚đ—żđ—ź đ—Č đ—±đ—Œđ—čđ—Œđ—żđ—Č đ—»đ—Œđ—» đ—Žđ—¶đ˜‚đ˜€đ˜đ—¶đ—łđ—¶đ—°đ—źđ—Żđ—¶đ—čđ—Č đ—¶đ—» 𝗯𝗼𝘀đ—Č đ—źđ—¶ đ—±đ—źđ˜đ—¶ đ—±đ—¶ 𝗿đ—Č𝗼đ—čđ˜đ—źÌ€ đ—Œ đ—Č̀ đ˜‚đ—»đ—ź đ—°đ—Œđ—șđ—Żđ—¶đ—»đ—źđ˜‡đ—¶đ—Œđ—»đ—Č đ—±đ—¶ đ˜ƒđ—źđ—żđ—¶ đ˜€đ—¶đ—»đ˜đ—Œđ—șđ—¶ 𝗮đ—Čđ—»đ—Čđ—żđ—źđ˜đ—¶ đ—Č đ˜€đ—Œđ˜€đ˜đ—Čđ—»đ˜‚đ˜đ—¶ đ—±đ—ź đ—œđ—źđ˜‚đ—żđ—ź đ—Č đ—±đ—Œđ—čđ—Œđ—żđ—Č. Uso i termini “paura” e “dolore” per indicare in modo semplice e chiaro, come fece Abraham, i due sentimenti nella loro forma piĂč essenziale ed elementare. Ogni lingua ha elaborato un gran numero di parole per indicare diverse sfumature di paura e dolore. Alcune di queste parole hanno acquisito anche un significato tecnico (ansia, angoscia, depressione, disforia, ecc.) e sono state usate per descrivere con piĂč precisione situazioni cliniche diverse tra loro. Queste differenze sono importanti ma restano pur sempre sfumature di uno stesso fenomeno, come le diverse tonalitĂ  di un colore o gli armonici di una stessa nota musicale. Per semplificare e rendere meno faticosa la lettura dell’articolo, io userĂČ quasi sempre i termini paura e dolore per riferirmi all’intero spettro di emozioni collegate.


𝗣𝗼𝘂𝗿𝗼 đ—Č đ—±đ—Œđ—čđ—Œđ—żđ—Č đ˜€đ—Œđ—»đ—Œ đ—¶đ—č đ—șđ—Œđ˜đ—¶đ˜ƒđ—Œ đ—œđ—Č𝗿 đ—°đ˜‚đ—¶ đ—čđ—Č đ—œđ—Čđ—żđ˜€đ—Œđ—»đ—Č đ—°đ—”đ—¶đ—Čđ—±đ—Œđ—»đ—Œ đ—±đ—¶ đ—Č𝘀𝘀đ—Č𝗿đ—Č đ—źđ—¶đ˜‚đ˜đ—źđ˜đ—Č. Alcune persone giungono dal medico, dallo psicologo, dallo psicoanalista proprio perchĂ© soffrono di paura o di dolore immotivati o eccessivi: sono coloro che hanno disturbi d’ansia (crisi di panico, ansia sociale, fobie e cosĂŹ via) o che lamentano varie forme di depressione (da un senso di generale insoddisfazione e disagio, sino a una totale perdita di interesse nel lavoro o nello studio, a situazioni di profonda tristezza e pensieri di rovina e di morte). Altri pazienti si presentano con sintomi diversi: rituali ossessivi, disturbi somatici, inibizioni di vario tipo, disturbi alimentari, insonnia e iperattivitĂ , allucinazioni, idee bizzarre, pensieri di persecuzione. Anche costoro, perĂČ, hanno deciso di rivolgersi a uno specialista perchĂ© il loro sintomo (o insieme di sintomi) genera direttamente o indirettamente paura e dolore. Di fatto, la sofferenza psichica Ăš sempre paura e dolore. Se paura e dolore sono assenti, le persone non si sentono malate e non chiedono di essere curate, qualunque siano le loro condizioni mentali valutate “oggettivamente”. Quando, per avventura, uno di questi “pazienti” che non si sentono malati giunge nello studio del medico (perchĂ© portato da un familiare o sotto qualche altra pressione sociale) Ăš facile prevedere che se ne andrĂ  non appena gli sarĂ  possibile.


𝗜đ—č đ—±đ—¶đ˜€đ—źđ—Žđ—¶đ—Œ đ—șđ—Čđ—»đ˜đ—źđ—čđ—Č đ—”đ—ź, đ˜đ˜‚đ˜đ˜đ—źđ˜ƒđ—¶đ—ź, đ˜‚đ—»đ—ź 𝘀𝘂𝗼 đ—Œđ—Žđ—Žđ—Čđ˜đ˜đ—¶đ˜ƒđ—¶đ˜đ—źÌ€, đ—»đ—Œđ—» đ—Č̀ đ˜€đ—Œđ—čđ—Œ đ˜‚đ—»đ—ź đ—°đ—Œđ—»đ—±đ—¶đ˜‡đ—¶đ—Œđ—»đ—Č đ˜€đ—Œđ—Žđ—Žđ—Čđ˜đ˜đ—¶đ˜ƒđ—ź. Origina da un grande numero di cause e concause: fisiche, genetiche, chimiche, psicologiche, ambientali, sociali e altre ancora. L’osservazione clinica dimostra, perĂČ, che tutta questa molteplicitĂ  di fattori concorre a generare sempre le due stesse reazioni elementari: paura e dolore. In linguaggio medico, diremmo che le malattie mentali (dalle piĂč lievi alle piĂč gravi) hanno numerose e concomitanti eziologie ma sempre la medesima patogenesi (qui si aprirebbe un’interessantissima questione che non si puĂČ, perĂČ, discutere ora: poichĂ© l’esperienza della paura e del dolore psicologici, non generati da eventi esterni, Ăš universale e precoce in tutti gli esseri umani, questo significa che tutti abbiamo sofferto di un disturbo mentale nelle fasi iniziali della nostra vita? Una geniale e controversa psicoanalista inglese, 𝗠đ—Čđ—čđ—źđ—»đ—¶đ—Č 𝗞đ—čđ—Čđ—¶đ—», lo pensava).


𝗜đ—č đ—»đ˜‚đ—°đ—čđ—Čđ—Œ đ—¶đ—»đ—¶đ˜‡đ—¶đ—źđ—čđ—Č đ—±đ—¶ đ—œđ—źđ˜‚đ—żđ—ź đ—Č đ—±đ—Œđ—čđ—Œđ—żđ—Č đ—œđ˜‚đ—ŒÌ€, đ—Ÿđ˜‚đ—¶đ—»đ—±đ—¶, đ—Œđ—żđ—Žđ—źđ—»đ—¶đ˜‡đ˜‡đ—źđ—żđ˜€đ—¶ đ—±đ—¶đ—żđ—Č𝘁𝘁𝗼đ—șđ—Čđ—»đ˜đ—Č đ—¶đ—» đ—ș𝗼đ—čđ—źđ˜đ˜đ—¶đ—ź đ—Œđ—œđ—œđ˜‚đ—żđ—Č 𝗮đ—Čđ—»đ—Č𝗿𝗼𝗿đ—Č đ˜€đ—¶đ—»đ˜đ—Œđ—șđ—¶ đ—±đ—¶đ˜ƒđ—Čđ—żđ˜€đ—¶ đ—Č đ—±đ—¶ đ—±đ—¶đ˜ƒđ—Č𝗿𝘀𝗼 đ—Žđ—żđ—źđ˜ƒđ—¶đ˜đ—źÌ€. Questi sintomi, che si potrebbero chiamare “secondari”, hanno l’obiettivo di contrastare, o perlomeno lenire, la sofferenza psicologica. Purtroppo, questi tentativi di autoguarigione quasi sempre falliscono e diventano loro stessi causa di ulteriore sofferenza. Questo decorso Ăš facilmente osservabile in gran parte dei malati. Ad esempio, una persona che soffre di crisi d’ansia quando entra in un luogo chiuso (claustrofobia) puĂČ iniziare a evitare tutti i luoghi chiusi. Inizialmente, il sintomo secondario (il rifiuto di entrare in spazi ristretti) riuscirĂ  a impedire l’esplodere della paura. Dopo un po’, perĂČ, i luoghi “proibiti” si moltiplicheranno: il malato non potrĂ  piĂč viaggiare in treno o in aereo e persino gli sarĂ  precluso guidare l’automobile. Alla fine, la sua vita diventerĂ  un ginepraio di proibizioni e un vero inferno.


đ—–đ—¶ đ˜€đ—Œđ—»đ—Œ đ—źđ—»đ—°đ—”đ—Č đ—°đ—źđ˜€đ—¶ đ—¶đ—» đ—°đ˜‚đ—¶ đ—¶ đ˜€đ—¶đ—»đ˜đ—Œđ—șđ—¶ 𝘀đ—Čđ—°đ—Œđ—»đ—±đ—źđ—żđ—¶ đ—żđ—¶đ—Čđ˜€đ—°đ—Œđ—»đ—Œ đ—źđ—± đ—Œđ˜đ˜đ—Čđ—»đ—Č𝗿đ—Č, 𝗼đ—čđ—șđ—Čđ—»đ—Œ đ—œđ—źđ—żđ˜‡đ—¶đ—źđ—čđ—șđ—Čđ—»đ˜đ—Č, đ—¶đ—č đ—čđ—Œđ—żđ—Œ đ˜€đ—°đ—Œđ—œđ—Œ, seppure a prezzo di importanti limitazioni o bizzarrie nella vita delle persone. Sono “guarigioni per difetto” che conducono alla situazione in cui una persona Ăš “oggettivamente” malata di mente (a volte persino in modo grave) ma Ăš riuscita a rendere latenti paura e dolore, a non avvertirli quasi piĂč. In questi casi, la sofferenza psicologica non Ăš stata davvero risolta ma Ăš stata solo nascosta a sĂ© stessi e agli altri. Ecco perchĂ© queste persone, se condotte “a forza” a curarsi, scappano appena possono: pur senza dirselo apertamente, avvertono il pericolo che l’intervento esterno rompa il fragile equilibrio che hanno raggiunto (e magari anche perdano i vantaggi pratici che a volte ne hanno ricavato).


đ—šđ—» đ—źđ˜€đ—œđ—Čđ˜đ˜đ—Œ đ—¶đ—»đ˜đ—Č𝗿đ—Čđ˜€đ˜€đ—źđ—»đ˜đ—Č đ—°đ—”đ—Č đ˜€đ—¶ đ˜€đ—°đ—Œđ—œđ—żđ—Č đ—»đ—Čđ—č đ—°đ—Œđ—żđ˜€đ—Œ đ—±đ—Čđ—čđ—č𝗼 𝗰𝘂𝗿𝗼 đ—œđ˜€đ—¶đ—°đ—Œđ—źđ—»đ—źđ—čđ—¶đ˜đ—¶đ—°đ—ź đ—Č̀ đ—°đ—”đ—Č đ—œđ—źđ˜‚đ—żđ—ź đ—Č đ—±đ—Œđ—čđ—Œđ—żđ—Č đ˜€đ—Œđ—»đ—Œ đ˜€đ—Œđ—čđ—Œ đ—¶đ—» đ—źđ—œđ—œđ—źđ—żđ—Čđ—»đ˜‡đ—ź đ—±đ—¶đ˜€đ˜đ—¶đ—»đ˜đ—¶, ma sono, invece, le due facce di una medesima medaglia. Non Ăš raro, infatti, che la paura serva a tener lontano il dolore, cosĂŹ come il dolore insorga come conseguenza della paura. In realtĂ , qualunque sia l’eziologia di una determinata malattia mentale, paura e dolore sembrano essere sempre generate da un’identica esperienza (reale o fantasticata): la solitudine. Questa affermazione deve essere rapidamente spiegata per evitare equivoci. Da molti anni la psicoanalisi, la psicologia sperimentale, l’etologia, la neurobiologia studiano attaccamento e abbandono come fattori critici nello sviluppo delle malattie mentali. A partire dalla cronaca di 𝗙𝗿𝗼 𝗩𝗼đ—čđ—¶đ—ș𝗯đ—Čđ—»đ—Č dell’esperimento dell'imperatore Federico II di Svevia (1194-1250) sino alle osservazioni, negli anni 1950, dei coniugi 𝗛𝗼𝗿đ—čđ—Œđ˜„ sulle scimmiette e di đ—„đ—Čđ—»đ—Č́ đ—Šđ—œđ—¶đ˜đ˜‡ sui neonati ospedalizzati, si sa bene che la deprivazione da contatto puĂČ portare addirittura alla morte (e lo si Ăš tragicamente verificato anche durante l’epidemia di COVID, tra gli anziani ricoverati nelle RSA). Tuttavia, parlando di solitudine io non mi riferisco tanto a queste esperienze di abbandono, quanto alla solitudine descritta da 𝗣𝗼𝘂đ—č 𝗔𝘂𝘀𝘁đ—Č𝗿 nella sua opera piĂč bella e tragica, “L’invenzione della solitudine”.


đ—šđ˜‚đ—źđ—żđ—±đ—źđ—»đ—±đ—Œ đ—±đ—Čđ—»đ˜đ—żđ—Œ 𝘀đ—Č́ 𝘀𝘁đ—Čđ˜€đ˜€đ—¶ đ—Č đ—Œđ˜€đ˜€đ—Čđ—żđ˜ƒđ—źđ—»đ—±đ—Œ đ—čđ—Č đ˜ƒđ—¶đ˜đ—Č đ—±đ—Čđ—čđ—čđ—Č đ—œđ—Čđ—żđ˜€đ—Œđ—»đ—Č đ—»đ—Œđ—» đ—Č̀ đ—±đ—¶đ—łđ—łđ—¶đ—°đ—¶đ—čđ—Č đ—źđ—°đ—°đ—Œđ—żđ—Žđ—Čđ—żđ˜€đ—¶ đ—°đ—”đ—Č đ—č𝗼 đ˜€đ—Œđ—čđ—¶đ˜đ˜‚đ—±đ—¶đ—»đ—Č đ—œđ—¶đ˜‚Ì€ 𝘁𝗿đ—Čđ—șđ—Čđ—»đ—±đ—ź, quella che tutti temiamo e che – quando ci coglie – ci getta nello sconforto piĂč profondo, Ăš quella che nasce dentro di noi, dalle nostre rabbie, dall’odio e dall’invidia verso coloro che sono legati a noi, a cui pure vogliamo bene. La cosa piĂč tremenda non Ăš essere abbandonati da chi amiamo, ma abbandonarlo noi, tradirlo. Questa Ăš l’essenza dell’esperienza della solitudine che genera un deserto nell’animo umano. Questo deserto, da cui nessuno totalmente sfugge, lo si cerca, poi, di occupare con mille cose, che, a ben vedere, sono giĂ  sintomi di disagio mentale ma che, essendo “normali” nella nostra societĂ , vengono accettate di buon grado. Da questo deserto nascono, come vento forte, anche paura e dolore, di cui tutti sentiamo dolorosa la presenza e sotto il cui peso alcuni di noi soccombono. "Ma la notte risurge, e oramai Ăš da partir, chĂ© tutto avem veduto".


đ—€đ˜‚đ—¶ đ—șđ—¶ 𝗳đ—Č𝗿đ—șđ—Œ đ—œđ—Čđ—żđ—°đ—”đ—Č́ đ—Ÿđ˜‚đ—Čđ˜€đ˜đ—Œ đ—źđ—żđ˜đ—¶đ—°đ—Œđ—čđ—Œ đ—”đ—ź đ—Žđ—¶đ—źÌ€ đ—żđ—źđ—Žđ—Žđ—¶đ˜‚đ—»đ˜đ—Œ đ˜‚đ—»đ—ź đ—čđ˜‚đ—»đ—Žđ—”đ—Č𝘇𝘇𝗼 đ—¶đ—șđ—œđ—Œđ˜€đ˜€đ—¶đ—Żđ—¶đ—čđ—Č e sospetto che ben pochi di voi saranno giunti sino alla fine. Mi ero ripromesso di rispondere ad alcune domande: temo di averne, invece, solo create altre e che ora davvero non sappiate cos'Ăš la depressione. Vi chiedo perdono. Da qualche parte (mi sembra ne "L’Idiota"), đ——đ—Œđ˜€đ˜đ—Œđ—Čđ˜ƒđ˜€đ—žđ—¶đ—· ha scritto “𝘉đ˜Ș𝘮𝘰𝘹𝘯𝘱 đ˜€đ˜ąđ˜±đ˜Ș𝘳𝘩 đ˜źđ˜°đ˜­đ˜”đ˜Š đ˜€đ˜°đ˜Žđ˜Š đ˜±đ˜Šđ˜ł 𝘳đ˜Șđ˜¶đ˜Žđ˜€đ˜Ș𝘳𝘩 𝘱 𝘯𝘰𝘯 đ˜€đ˜ąđ˜±đ˜Ș𝘳𝘯𝘩 đ˜¶đ˜Żđ˜ąâ€.

đ˜Œđ™™đ™™đ™žđ™€! đ˜Œđ™„đ™„đ™Ąđ™–đ™Șđ™™đ™žđ™©đ™š, đ™«đ™žđ™«đ™šđ™©đ™š 𝙚 đ™—đ™šđ™«đ™šđ™©đ™š.



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