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  • Emilio Mordini

INIZIARE UNA PSICOANALISI




Nessuno inizia una psicoanalisi volendo veramente iniziarla, tutti hanno più o meno paura di una cura che promette di renderci “più consapevoli” e di cambiare, almeno un po’, il nostro modo di essere al mondo. È raro che le persone desiderino davvero essere diverse da quello che sono: anche coloro che sostengono di non sopportare alcuni aspetti di sé stessi, posti davanti alla possibilità di una vera trasformazione, si ritraggono. Ci sono molte ragioni per questa ritrosia, innanzitutto ciascuno di noi ha trovato, anche nella malattia e nel disagio psicologico, un equilibrio, magari doloroso, ma, pur sempre, un equilibrio: “chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa quello che perde ma non sa quello che trova” ripete un vecchio proverbio. Noi tutti ci “affezioniamo” ai nostri difetti come anche alle nostre malattie. Certo, a volte l’esplodere di un sintomo – una crisi di panico, l’aggravarsi di una depressione, l’inibizione a compiere alcuni gesti, l’apparire di un’idea fissa che ci perseguita – diventa così disturbante, quasi un mal di denti che non ci lascia respirare, da farci credere che saremmo disposti a tutto pur di liberarcene, persino a cambiare. Però poi basta avvicinarsi concretamente al cambiamento che subito sorgono i dubbi: “sarà la cura giusta per me?”, “mi serve davvero andare dallo psicoanalista?”, “e se avessi bisogno soltanto di medicine giuste?”. A questo punto a volte si decide di scappare, altre volte si sceglie, nonostante tutto, di continuare. In chi continua la psicoanalisi, la paura di cambiare non scomparirà mai del tutto ma i benefici che il cambiamento comporta diventeranno passo, passo evidenti e aiuteranno il paziente a vedere le cose anche da un altro punto di vista.


C’è poi una seconda ragione per cui le persone hanno difficoltà ad iniziare una psicoanalisi: perché ritengono, più o meno consapevolmente, che dovranno affrontare argomenti che vorrebbero evitare, di cui si vergognano o che sentono angoscianti. Nella Vienna dei primi del Novecento, quando Freud inventò la psicoanalisi, questi temi perturbanti avevano frequentemente a che vedere con la vita sessuale delle persone e ancora oggi è spesso così. Lo psicoanalista deve, però, essere molto cauto a generalizzare. Ad esempio, un mio paziente di molti anni fa trascorse le prime sedute di analisi quasi in totale silenzio, in preda ad una forte angoscia, perché non riusciva a parlarmi delle tre cose che temeva di più: di essere omosessuale, di essere stupido, di essere brutto. Questo ragazzo era convinto che quella di essere omosessuale fosse la sua paura principale, ma io ho il sospetto che temesse ben più una conferma delle altre due paure (anche perché in tal caso, diceva a sé stesso, nemmeno la psicoanalisi avrebbe potuto fare nulla per lui). I pazienti che temono così tanto di scoprire qualcosa che intravedono, di cui sono però intimamente convinti, ricorrono spesso a due tattiche opposte: o rimangono in ostinato silenzio oppure travolgono lo psicoanalista di parole. In un caso e nell’altro cercano di tenere il medico lontano dal proprio “segreto”. In queste situazioni è importate aiutare la persona a parlare con sufficiente onestà e franchezza dei propri timori: bisogna attendere che il paziente in qualche modo vi alluda e, a quel punto, sempre con grande delicatezza, fare domande abbastanza esplicite. Se lo psicoanalista si è mosso con intelligenza e attenzione, l’analisi potrà avere inizio ed il paziente scoprirà il più delle volte che le sue paure iniziali facevano da schermo ad altri pensieri.


Infine, c’è una terza ragione che può rendere difficile l’inizio di un’analisi ed è, forse, la più insidiosa: la paura di non essere sufficientemente interessanti. Ciascun paziente desidera che lo psicoanalista prenda a cuore le sue storie e tutti, seppure in modi diversi, cercano di destare attenzione. Se così non fosse vuol dire che la cura non sta funzionando: una psicoanalisi può sopportare molte cose - amore e odio, simpatia e antipatia - ma non può reggere alla noia. Se il paziente o lo psicoanalista si annoiano troppo, l’analisi è fallita prima di iniziare. Dunque, è importante che il paziente desideri richiamare l’interesse dello psicoanalista. Se però questo desiderio diventa eccessivo, si può tramutare nel suo opposto, nella convinzione di essere una persona noiosa, incapace di richiamare l’attenzione del medico. Questa sensazione viene facilmente messa al servizio della resistenza ad iniziare: il paziente trova difficile parlare perché non crede di avere cose importanti da dire oppure censura i propri pensieri con la scusa di voler parlare soltanto di cose “interessanti”. In tal modo, e non senza una qualche ironia, questi pazienti corrono il rischio di diventare davvero noiosi. Rassicurare troppo i pazienti che hanno questo problema sarebbe un errore perché si entrerebbe in un circolo vizioso. Molto più utile è cercare di distrarli con qualche piccolo trucco: è necessario che “pensino” un po’ meno alla presenza dello psicoanalista e che la loro attenzione si rivolga ad altro. Se questa strategia funziona, l’analisi potrà superare le sue prime fasi senza troppa difficoltà e il paziente si renderà conto che ciò che lo rende interessante agli occhi del medico è quasi mai quello che lui si aspetta.


Ci saranno poi, nel corso di una psicoanalisi, molti altri momenti in cui il paziente troverà difficile proseguire: se però le difficoltà iniziali sono state affrontate correttamente, psicoanalista e paziente potranno affrontare più facilmente anche queste successive crisi.





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