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  • Immagine del redattoreEmilio Mordini

GLI INGANNI DELLA LIBERTA'


È appena passato il 25 aprile, la "Festa della liberazione", ma che strana parola è "libertà".


Si appellavano alla libertà coloro che due anni fa rifiutarono di vaccinarsi contro il COVID ma anche coloro che volevano l'obbligo vaccinale. Oggi, in nome della libertà, alcuni sono a favore dell’invio di armi in Ucraina e altri protestano; alcuni difendono Israele, altri, invece, Hamas; e così via. La libertà è invocata contro la disinformazione e, contemporaneamente, per denunciare la censura. Nel disaccordo generale, tutti si richiamano alla libertà, ma cos’è la libertà?


Libertà può essere detta almeno in tre modi. Innanzittutto, si dice "libertà" per intendere ciò che in filosofia è chiamato “libero arbitrio”, cioè il postulato (indimostrabile come tutti i postulati) che gli esseri umani hanno la facoltà di determinare le proprie azioni, cioè di scegliere tra il bene e il male. Libertà poi si dice per indicare il complesso di libertà politiche e civili che competono la vita dei cittadini, dalla libertà di parola a quella di riunione. Libertà, infine si può dire per indicare ciò che gli anglosassoni chiamano “autonomia”, cioè il diritto che ogni essere umano ha di prendere decisioni che lo riguardano senza subire interferenze esterne, indebite pressioni, coercizioni.


𝗙𝗶𝗹𝗼𝘀𝗼𝗳𝗶, 𝗴𝗶𝘂𝗿𝗶𝘀𝘁𝗶, 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗶 𝗵𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗱𝗶𝘀𝗰𝘂𝘀𝘀𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝗲𝗰𝗼𝗹𝗶 𝘀𝘂 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗳𝗼𝘀𝘀𝗲 𝗹𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀, sottolineandone a volte gli aspetti più metafisici (ad esempio la paradossalità del concetto di libero arbitrio) altre volte quelli più concreti (ad esempio la necessità di fondare la libertà sulle condizioni reali di esistenza, sui bisogni).


𝗠𝗼𝗹𝘁𝗶 𝘀𝗮𝗴𝗴𝗶 𝗵𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗼𝘀𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝗼 𝗲̀ 𝗰𝗼𝗹𝘂𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝙘𝙖𝙥𝙩𝙞𝙫𝙪𝙨, cioè prigioniero, dei propri desideri. Gli asceti sarebbero, allora, gli esseri più liberi al mondo proprio perché hanno rifiutato la schiavitù del desiderio. Peccato, ribatteva Nietzsche, che sia impossibile sfuggire al desiderio: gli asceti sono schiavi del desiderio più tirannico: quello di non avere desideri.


𝗜𝗻 𝗿𝗲𝗮𝗹𝘁𝗮̀, 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗶 𝗲̀ 𝗺𝗮𝗶 𝗱𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼 𝘁𝗼𝘁𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝗶: 𝗹𝗲 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗲 𝘀𝗰𝗲𝗹𝘁𝗲 𝗺𝗼𝗿𝗮𝗹𝗶 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗰𝗼𝗻𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝘁𝗲 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗶𝗻 𝗰𝘂𝗶 𝘀𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗰𝗿𝗲𝘀𝗰𝗶𝘂𝘁𝗶, dall’educazione ricevuta, dai principi morali a cui abbiamo aderito, da tutte quelle norme introiettate che la psicoanalisi ha chiamato "super-io"; le libertà politiche e civili sono soggette a innumerevoli regole e leggi, dal codice della strada sino a quello penale; l' autonomia è limitata dalla nostra costituzione fisica, dalle condizioni di vita in cui versiamo, dalle circostanze in cui si ci troviamo.


𝗔𝗹𝗰𝘂𝗻𝗶 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗮𝗻𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗲𝗻𝗮𝗿𝗼 𝗲 𝗿𝗶𝗰𝗰𝗵𝗲𝘇𝘇𝗮 𝗱𝗼𝗻𝗶𝗻𝗼 𝗹𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀ 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗱𝗮𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲𝗿𝗼 𝗶𝗹 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗳𝗮𝗿𝗲 𝗰𝗶𝗼̀ 𝗰𝗵𝗲 𝘂𝗻𝗼 𝘃𝘂𝗼𝗹𝗲. In quasi quarant’anni di attività psicoanalitica, ho avuto pazienti di ogni ceto sociale e condizione: dall’anziana domestica abruzzese, che a stento era in grado di fare la propria firma, a un nobiluomo assiduo del circolo della caccia. Non ho mai notato grandi differenze tra tutti costoro, ognuno a modo suo si sentiva impaniato in mille obblighi e limitazioni della libertà. Ricordo un paziente che era affetto da una gravissima forma di nevrosi ossessiva, probabilmente la malattia psichica che più di ogni altra provoca un senso di costrizione della libertà. Era il figlio di uno dei più noti e ricchi banchieri romani eppure, nonostante tutto il suo denaro, era infinitamente meno libero della domestica abruzzese a cui accennavo.


𝗖𝗶𝗮𝘀𝗰𝘂𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝗻𝗼𝗶 𝗵𝗮 𝗹𝗮 𝘀𝗲𝗻𝘀𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗼 𝗺𝗲𝗻𝗼 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝘁𝗮𝗻𝘁𝗼 𝗶𝗻 𝗯𝗮𝘀𝗲 𝗮 𝗰𝗶𝗼̀ 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗼𝘀𝗰𝗶𝗲𝗻𝘁𝗲𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝘃𝘂𝗼𝗹𝗲 𝗺𝗮 𝗶𝗻 𝗯𝗮𝘀𝗲 𝗮 𝗰𝗶𝗼̀ 𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗿𝗮. Volontà e desiderio non sono allora la stessa cosa? No, non lo sono affatto: “𝘐𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘳𝘪𝘦𝘴𝘤𝘰 𝘢 𝘤𝘢𝘱𝘪𝘳𝘦 𝘯𝘦𝘱𝘱𝘶𝘳𝘦 𝘤𝘪𝘰̀ 𝘤𝘩𝘦 𝘧𝘢𝘤𝘤𝘪𝘰: 𝘪𝘯𝘧𝘢𝘵𝘵𝘪 𝘯𝘰𝘯 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘷𝘰𝘨𝘭𝘪𝘰 𝘪𝘰 𝘧𝘢𝘤𝘤𝘪𝘰, 𝘮𝘢 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘥𝘦𝘵𝘦𝘴𝘵𝘰. 𝘖𝘳𝘢, 𝘴𝘦 𝘪𝘰 𝘧𝘢𝘤𝘤𝘪𝘰 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘷𝘰𝘨𝘭𝘪𝘰, 𝘪𝘰 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘯𝘰𝘴𝘤𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘢 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘦 𝘦̀ 𝘣𝘶𝘰𝘯𝘢; 𝘲𝘶𝘪𝘯𝘥𝘪, 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘪𝘰 𝘢 𝘧𝘢𝘳𝘭𝘰 𝘮𝘢 𝘪𝘭 𝘱𝘦𝘤𝘤𝘢𝘵𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘣𝘪𝘵𝘢 𝘪𝘯 𝘮𝘦. 𝘐𝘰 𝘴𝘰 𝘪𝘯𝘧𝘢𝘵𝘵𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘯 𝘮𝘦, 𝘤𝘪𝘰𝘦̀ 𝘯𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘪𝘢 𝘤𝘢𝘳𝘯𝘦, 𝘯𝘰𝘯 𝘢𝘣𝘪𝘵𝘢 𝘪𝘭 𝘣𝘦𝘯𝘦; 𝘤’𝘦̀ 𝘪𝘯 𝘮𝘦 𝘪𝘭 𝘥𝘦𝘴𝘪𝘥𝘦𝘳𝘪𝘰 𝘥𝘦𝘭 𝘣𝘦𝘯𝘦, 𝘮𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘭𝘢 𝘤𝘢𝘱𝘢𝘤𝘪𝘵𝘢̀ 𝘥𝘪 𝘢𝘵𝘵𝘶𝘢𝘳𝘭𝘰; 𝘪𝘯𝘧𝘢𝘵𝘵𝘪, 𝘪𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘪𝘰 𝘪𝘭 𝘣𝘦𝘯𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘷𝘰𝘨𝘭𝘪𝘰, 𝘮𝘢 𝘪𝘭 𝘮𝘢𝘭𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘷𝘰𝘨𝘭𝘪𝘰” (Rom. 7, 15-22).


𝗡𝗼𝗶 𝘃𝗼𝗴𝗹𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝘃𝗼𝗴𝗹𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗹𝗮 𝗺𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼𝗿 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗶 𝗱𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗿𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗮𝗽𝗲𝘃𝗼𝗹𝗶. 𝗜𝗹 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿𝗲 𝘀𝘁𝗮, 𝗮𝗹𝗹𝗼𝗿𝗮, 𝗻𝗲𝗹 𝗴𝗼𝘃𝗲𝗿𝗻𝗮𝗿𝗲 𝗶 𝗱𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗿𝗶. Lo hanno sempre saputo tutte le religioni, nessuna esclusa, che hanno in ogni tempo mirato a controllare quello che è sicuramente il desiderio più dirompente, il desiderio sessuale. Gli ingenui pensano che le religioni si limitino a proibire, nulla di più falso: “𝘪𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘩𝘰 𝘤𝘰𝘯𝘰𝘴𝘤𝘪𝘶𝘵𝘰 𝘪𝘭 𝘱𝘦𝘤𝘤𝘢𝘵𝘰 𝘴𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘱𝘦𝘳 𝘭𝘢 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘦, 𝘯𝘦́ 𝘢𝘷𝘳𝘦𝘪 𝘤𝘰𝘯𝘰𝘴𝘤𝘪𝘶𝘵𝘰 𝘭𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘤𝘶𝘱𝘪𝘴𝘤𝘦𝘯𝘻𝘢, 𝘴𝘦 𝘭𝘢 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘢𝘷𝘦𝘴𝘴𝘦 𝘥𝘦𝘵𝘵𝘰: 𝘕𝘰𝘯 𝘥𝘦𝘴𝘪𝘥𝘦𝘳𝘢𝘳𝘦. 𝘗𝘳𝘦𝘯𝘥𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘱𝘦𝘳𝘵𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘰𝘤𝘤𝘢𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘢 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘤𝘰𝘮𝘢𝘯𝘥𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰, 𝘪𝘭 𝘱𝘦𝘤𝘤𝘢𝘵𝘰 𝘴𝘤𝘢𝘵𝘦𝘯𝘰̀ 𝘪𝘯 𝘮𝘦 𝘰𝘨𝘯𝘪 𝘴𝘰𝘳𝘵𝘢 𝘥𝘪 𝘥𝘦𝘴𝘪𝘥𝘦𝘳𝘪. 𝘚𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘭𝘢 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘦, 𝘪𝘯𝘧𝘢𝘵𝘵𝘪, 𝘪𝘭 𝘱𝘦𝘤𝘤𝘢𝘵𝘰 𝘦̀ 𝘮𝘰𝘳𝘵𝘰” (Rom. 7, 7-9). Si governa evocando il desiderio, non sopprimendolo, poiché sopprimerlo sarebbe impossibile e non conferirebbe, comunque, alcun potere.


𝗖𝗵𝗶 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼𝗹𝗹𝗮 𝗶 𝗱𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗿𝗶 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼𝗹𝗹𝗮 𝗹𝗲 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗲. 𝗛𝗶𝘁𝗹𝗲𝗿 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗲 𝗹𝗮 𝗴𝘂𝗲𝗿𝗿𝗮 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗯𝗮𝘁𝘁𝗲𝗿𝗹𝗮, 𝗻𝗲𝗹 𝗺𝗼𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗶𝗻 𝗰𝘂𝗶 𝗶 𝗳𝗶𝗹𝗺 𝘁𝗲𝗱𝗲𝘀𝗰𝗵𝗶 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝗻𝗲𝗿𝗼 𝘂𝗴𝘂𝗮𝗹𝗶 𝗮 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗶 𝗽𝗿𝗼𝗱𝗼𝘁𝘁𝗶 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗼 𝘀𝘁𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗽𝗲𝗿𝗶𝗼𝗱𝗼 𝗮 𝗛𝗼𝗹𝗹𝘆𝘄𝗼𝗼𝗱. Il muro di Berlino non crollò nel 1989 ma quando i giovani moscoviti iniziarono a vestirsi come i loro coetanei londinesi. Nel nostro angolo di mondo, Berlusconi trionfò alle elezioni del 1994 ben prima che si tenessero: le aveva già vinte quando i desideri degli italiani cominciarono a essere modellati dalle sue televisioni.


𝗡𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻𝗮 𝗯𝗮𝘁𝘁𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗹𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀ 𝘀𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗯𝗮𝘁𝘁𝗲 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝘀𝗲𝗺𝗯𝗿𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗶𝗮 𝗰𝗼𝗺𝗯𝗮𝘁𝘁𝘂𝘁𝗮: lo scontro decisivo è sempre già avvenuto, nel buio e nel silenzio, senza che nessuno, o solo pochi, se ne siano accorti. Lo aveva capito l’ultimo Pasolini, quello più cupo, del “Salò”, dell’anarchia del potere e del potere senza volto.


𝗔𝗹𝗹𝗼𝗿𝗮 𝗶𝗹 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗽𝗼𝘁𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲 𝗰𝗿𝗲𝗮𝗿𝗲 𝗶 𝗱𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗿𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝘃𝘂𝗼𝗹𝗲 𝗲 𝗺𝗮𝗻𝗶𝗽𝗼𝗹𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗲 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗲 𝗮 𝘀𝘂𝗼 𝗽𝗶𝗮𝗰𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼? No, i desideri di ciascuno provengono da storie lontane, si sono stratificati attraverso le generazioni sino ad affondare le proprie radici nella biologia: non possono essere creati o cancellati a piacimento. Il desiderio nell’uomo non è mai, però, rigido istinto, è piuttosto un “tendere a”, una pulsione, come si traduce in italiano il termine tedesco 𝘵𝘳𝘪𝘦𝘣 usato da Sigmund Freud.


𝗦𝗶 𝗽𝘂𝗼̀ 𝗿𝗮𝗳𝗳𝗶𝗴𝘂𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗱𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗿𝗶𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘂𝗻 𝗿𝘂𝗼𝗹𝗼 𝘁𝗲𝗮𝘁𝗿𝗮𝗹𝗲: 𝗔𝗺𝗹𝗲𝘁𝗼 𝘀𝗮𝗿𝗮̀ 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗶𝗻𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗮 𝗦𝗵𝗮𝗸𝗲𝘀𝗽𝗲𝗮𝗿𝗲 ma potrà essere rappresentato in mille modi diversi, da Laurence Olivier o da Carmelo Bene. Qualcuno di questi Amleti è più vero degli altri? No, sono tutti legittimi e ugualmente reali. Si potrebbe dire che il vero Amleto è quello che fu immaginato dal suo autore ma – ammesso fosse possibile entrare nella testa di Shakespeare – siamo davvero così sicuri che la fedeltà a un personaggio coincida con la fedeltà alle intenzioni del poeta? O forse non è vero che ogni personaggio, una volta concepito, vive una propria vita e può rivelare significati che vanno ben oltre i propositi del suo creatore?


𝗜𝗹 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿𝗲, 𝗾𝘂𝗶𝗻𝗱𝗶, 𝗻𝗼𝗻 𝗶𝗻𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮 𝗶 𝗱𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗿𝗶 𝗺𝗮 𝗹𝗶 𝗺𝗲𝘁𝘁𝗲 𝗶𝗻 𝘀𝗰𝗲𝗻𝗮, decide come debbano concretamente essere: non sempre ha successo, ma non può far altro che questo perché in ciò - e in null’altro - esso consiste.


𝗖𝗼𝘀𝗮 𝗱𝗲𝘃𝗲 𝗳𝗮𝗿𝗲, 𝗮𝗹𝗹𝗼𝗿𝗮, 𝗰𝗵𝗶 𝘃𝘂𝗼𝗹𝗲 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝗼? 𝗗𝗲𝘃𝗲, 𝗰𝗲𝗿𝘁𝗼, 𝗹𝗼𝘁𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗹𝗮 𝘀𝘂𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀, 𝗶𝗻𝘁𝗲𝘀𝗮 𝗻𝗲𝗹 𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼 𝗽𝗶𝘂̀ 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗲 𝗲 𝗱𝗶𝗿𝗲𝘁𝘁𝗼, 𝘀𝗶𝗮 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗲𝘁𝘁𝗮𝘁𝗮. Guai, però, se nel farlo non si interroga sui desideri che lo muovono, quelli di cui è cosciente ma soprattutto quelli di cui non lo è. Se non lo farà, sarà destinato a riprodurre ciò che ha combattuto: dopo un green-pass lascerà che ne arrivi uno più ingiusto, al posto di un governante arrogante ne metterà uno ancora peggiore.


𝗟𝗮 𝗹𝗼𝘁𝘁𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗹𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀ 𝗱𝗲𝘃𝗲 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗼𝘁𝘁𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗹𝗮 𝘃𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮̀ oppure diventa soltanto inganno e autoinganno.



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