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  • Immagine del redattoreEmilio Mordini

LA CURA DELLE MALATTIE MENTALI E L'INNAMORAMENTO


Avevo terminato l'ultimo video di questa serie con la domanda se vi fosse un'unica malattia mentale, dalla sintomatologia molteplice, determinata da numerosissime concause, ma con uno stesso fondamentale substrato eziopatologico: una distorsione della relazione tra la persona e il mondo. Se questa ipotesi (che fu già avanzata tdai fondatori della psichiatria scientifica e che è tornata alla ribalta di recente) fosse corretta, mi domandavo allora se il nucleo essenziale della malattia non potesse essere la paura, come aveva suggerito negli anni 1950 uno psicoanalista francese, Sacha Nacht.

Paura, però, di cosa?


In questo video, che chiude la breve serie di cinque video sulla buona cura dei disturbi mentali, rispondo a questa domanda. Lo faccio solo alla fine del video, dopo aver parlato di quale sia l'agente curativo, almeno secondo me, in ogni buona cura: ridare al malato la capacità di innamorarsi.

𝗠𝗮𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗲𝗽𝗼𝗰𝗮 𝗹’𝗮𝗺𝗼𝗿𝗲 𝗲̀ 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗮 𝗯𝗼𝗰𝗰𝗮 𝗱𝗶 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗶 e viene usato a ogni spron battuto per giustificare qualsiasi comportamento e scelta. Nello stesso tempo, nessun’altra società ha fatto strame in modo più feroce dell’amore.

𝗟𝗲 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗶 𝗱𝗶𝗰𝗼𝗻𝗼 "𝗶𝗻𝗻𝗮𝗺𝗼𝗿𝗮𝘁𝗲" 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗿𝗲 𝗶𝗻𝘀𝘁𝗮𝘂𝗿𝗮𝗻𝗼 𝗿𝗲𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗱𝗼𝘃𝗲 ciò che apparentemente le unisce non fa altro che separarle. I giovani vivono assai precocemente in coppia ma ciò che percepiscono e amano è soltanto la "propria" immagine all’interno della coppia, ossia qualcosa di estraneo ed esterno e che li possiede, che limita la loro libertà e indirizza le loro scelte. Sul nostro mondo sta calando una cortina di conformismo dei buoni sentimenti, di amore ipocrita, che neanche il più autoritario dei regimi del passato riuscì mai a imporre.

𝗡𝗼𝗻 𝘀𝘁𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗼 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗼𝗮𝗻𝗮𝗹𝗶𝘀𝘁𝗮 𝗶𝗻𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮𝗿𝗲 𝗰𝗼𝘀’𝗲̀ 𝗹’𝗮𝗺𝗼𝗿𝗲 ma sta anche a lui portare il malato a riconoscere in sé stesso i falsi amori, gli autoinganni, le ipocrisie: in una parola, le mille parodie dell'amore che insidiano la nostra mente e la nostra vita. Questo lavoro, che può essere emotivamente molto faticoso, non dovrebbe mai diventare un crudele gioco della verità ma si dovrebbe accompagnare a una lenta, progressiva, scoperta della “presenza dell'amore” nella vita quotidiana.


In conclusione, sono necessari due chiarimenti e una precisazione.

Il primo chiarimento riguarda cosa intenda io con il termine "innamoramento": non mi riferisco, certo, ai fidanzatini di Peynet o al languore dei versi di Prevert. L'amore non è un sentimento (o, almeno, lo è soltanto nel senso che ogni atto di pensiero umano ha sempre una coloritura emotiva) ma è il divino, il trascendente, che si trova in ogni istante e dappertutto, se si riesce ad abbandonare un po' sé stessi. Si tratta del "trascendente del quotidiano", il divino della vita di ogni giorno.

Il secondo chiarimento riguarda i precedenti psicoanalitici di questa concezione dell'amore. Senza dubbio, il più importante è il mio maestro, Sandro Gindro: la teoria che espongo qui è in buona parte sua. Tuttavia, le radici sono precedenti: risalgono alla teoria dell'attaccamento, all'idea di ""benessere da contatto" e alle riflessioni sull' "amore fusionale" a partire dai primi psicoanalisti sino ai più recenti Balint, Matté Blanco e agli italiani Claudio Neri e Elvio Facchinelli.

Infine, una precisazione: al termine del filmato cito un breve brano del Vangelo di Giovanni (12, 24): ovviamente, le mie osservazioni sono soltanto ciò che l'immagine evangelica mi evoca, non sono un commento al testo.



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